Francesco ha otto anni, forse nove penso, viene sempre in biblioteca, con un ragazzo che è il suo sostegno, l’insegnate di sostegno. Ti piace leggere? Non legge, mi fa l’insegnante; quanti anni ha, chiedo, indovina, mi dice, otto, quasi nove, non sa ancora leggere mi dice, fa la prima, la prima? E’ un bambino grande, corre in continuazione, urla, difficile da contenere, complicato tenerlo fermo, ha un ritardo mentale di cui non conosco l’entità ma intuisco e una frenesia fisica incontenibile, appunto il prestito di Le streghe ad una bellissima bambina che si chiama Bianca, improvvisamente sento nelle tasche posteriori dei jeans le mani di Francesco, voleva vedere cosa avevo lì dentro, mi fa ridere quel gesto, sceglie Guerre Stellari da farsi leggere, gli chiedo se vuole un cioccolatino, anzi, lascio che ne prenda due, scappa via subito salutandomi con un gesto della mano, corre via, veloce.
E’ che camminavo lungo una strada in salita, senza sforzo apparente all’inizio, inopinatamente
le gambe cominciano a faticare, di quella fatica insopportabile, insostenibile, come affondare nella melma più fonda, il catrame improvvisamente vivo, vortice muto, immoto in cui le gambe affondano piano, piove, scroscia forte l’acqua, rivoli come torrenti in piena, i muscoli come pietre. Improvviso cambia lo scenario, raggiungo una casa, ho sensazione di abitarci, in affitto, con altri uomini, uno lo scorgo seduto ad una scrivania, uno sguardo cupo, silenzioso, qualche istante dopo che sono entrato si approssima alla porta della camera, guarda senza proferire alcuna parola, guarda solo. Mi rendo conto di parlare con un altro uomo, mi abbraccia sorridendo come mi conoscesse da tempo, il suo viso non mi dice nulla, dice che stava per pulire la cucina, il soffitto ha lasciato entrare acqua, poi mi dice di andare a vedere la sua camera, è immensa, la pareti, i soffitti con carta damascata bordeaux, penso che è grande quanto la mia vera casa, quella in cui abito qui in questa città, questo il pensiero immediato, ha tanti letti, solo letti e un’infinità di apparecchi radio, quelli in plastica degli anni ’50, colorati, chiedo subito se può prestarmene uno ma non afferro la risposta, mi sveglio, è ora di fare la barba e andare in piscina.


“E poi, non preoccuparti per me: la possibile indignazione di qualcuno non basta a tirar fuori un colpevole, neppure il dolore possibile, nessuno fa qualcosa convinto che sia fatto male, è soltanto che in molti momenti non si possono tenere in considerazione gli altri, rimarremmo paralizzati, a volte non si può pensare ad altro che a noi stessi e al momento, non a ciò che viene dopo. (…) molte volte si parla senza sapere, soltanto perché ci tocca farlo, spinti dai silenzi come nei dialoghi a teatro, con la differenza che noi improvvisiamo sempre.”
E’ che oggi piove, da qualche giorno piove, non fittamente e in modo continuativo, sempre quell’aria costantemente umida, qualche sprazzo di cielo chiaro poi ancora grigio. E’ grigio, piove. E’ che ieri sono stato qualche ora in una piccola biblioteca della scuola, tra prime letture e classici e umorismo e narrativa e storia e geografia e scienze e libri obsoleti, libri obsoleti? Avrei voluto chiedere cosa ci fosse in quella categoria ma poi ho fatto altro, entrano tutti insieme, una seconda e una quarta, prime letture, andrei sceglie I tre moschettieri, fa scherma, è un buon motivo per leggere dumas, anche in quella versione illustrata un bel tomo ma sorride deciso, la sua mamma è lì con me, un fisico, è rumena, fa ricerca all’università, suo marito insegna al politecnico di bucarest, questa è una scuola con molti bambini stranieri, famiglie dignitose, anche colte, di prevalente origine sudamericana, c’è anche shanti, nome indiano precisa, scelto da sua mamma dopo un viaggio in india, si scrive con h dopo la s, sì, scritto bene? Sì, scritto bene. Due ore passate come fossero state pochi minuti, a parlare di scuola e dare libri.
E’ che poi ho comprato dei cannellini, messi in acqua già ieri sera, tolgo quelli restati a galla e metto i restanti in acqua fredda con sedano, carota, salvia, pepe rosa, alcuni grani di pepe di sechuan dal profumo incredibilmente suadente, chiodi di garofano, una bacca di ginepro, lasci tutto cuocere per un paio di ore. Esco a prendere il giornale, tornando già dal portone del palazzo si sente un profumo notevole nell’aria; di una parte, la metà circa, ne faccio una crema, faccio un soffritto con aglio e le spezie che dopo un po’ avevo messo da parte, aggiungo la crema di fagioli e poi l’acqua di cottura dei fagioli passata nel colino e passata di pomodori, quella fatta in casa. Quando sobbolle metto i fagioli restanti con i maltagliati, già, i maltagliati, un piatto della memoria di famiglia, piatto invernale che mia nonna faceva sovente la domenica, tagliata a mano, anzi mal tagliata a mano, oggi fatta con farina integrale, e acqua, basta questo, impasti, stendi fogli senza forma precisa che avvolgi e poi tagli per ottenere piccoli pezzi mal tagliati, divertente da fare. Penso che in realtà nella mia casa faceva quasi tutto mia nonna, mia mamma pensava a lavorare quasi esclusivamente, non per la carriera, era questione di sopravvivenza, lavoro e lavoro, donna sola che portava avanti due bambini. Apro una bottiglia di rosso, non volevo un rosso di gran corpo e grande alcolicità ma mi sono accorto di non avere una bottiglia così, leggera, così scelgo un vino ciociaro, piatto della tradizione con vino di quella terra, Ferrato dell’Az. Agr.
leggo sempre i giornali al contrario, quando li leggo, scelgo i libri a caso, ne sento l'odore, guardo la copertina, tocco la carta, li sfoglio, scelgo tra i piccoli e spesso trovo chicche incredibili, leggo ovunque, la mia coperta di linus un libro, adoro il formaggio, adoro il vino, mangio con le mani, non bevo acqua gassata, mi piace guardare ogni cosa, ascoltare le parole rubate, rubare sguardi, ne costruisco storie nella mia immaginazione, non piango mai, mi infastidisce sentir parlare di morte, ho già dato, penso ma non è vero, piango solo quando si parla di violenza sui bambini, non sono mai cresciuto forse, mi piace passare il tempo nelle stazioni, quelle grandi, rumorose, piene di gente che corre per andare chissà dove, guardare incontri, baci, sfioramenti, litigi, mi piace girare vicoli deserti, camminare nel verso opposto degli altri, scontrarli, mi piace girare solo anche se sento un dolore allo stomaco, forse mi piace proprio per questo
non ho mai avuto il coraggio di me, di guardarmi, i sogni li camuffo, non so bene in cosa, non so il perchè, gli occhi sono alteri, lo sguardo fiero, triste forse, dentro no, sono belli belli, diventano chiari a volte, a seconda di che luce entra, penso che ho tutto il tempo del mondo, che posso fare ogni cosa, ovunque.
sogno di guardarmi dentro.
Vorrei essere sussurro che penetra la pelle, sottile, inopinato.
Accogliente spazio vuoto da riempire.
Corpo da sprimacciare, da amare.
Vorrei essere quel che sono dopo averlo capito.

vorace, io, vivo in silenzio, leggo le istruzioni che non ho mai avuto ma non so interpretarle, ho sempre pensato di non avere radici, forse ho sempre pensato un sacco di cose non vere, sono nato due volte come due lune nel cielo chiaro buio, nasco quando si decide per me, quando qualcuno decide di diventare epigono di icaro, ali di cera, inutili, decisioni irrevocabili, mi fa ridere, con amarezza, decide di volare, può forse l'uomo volare? domanda retorica, vana, si decide per sé ma è forse libertà? forse invece di nascere sono solo morto, mio padre, dico, decide, ha deciso per sè, una finestra, guardi giù, fatto, nasco che ho dieci anni, finisco forse a dieci anni quella vita neppure mai vissuta, retorica ancora, la vita prosegue, tutto passa, non ho fatto molte cose, altre ne ho fatte, sempre con uno sguardo insicuro, conosci persone, non sai cosa puoi essere per loro, non ti fidi di te, c’è quel senso di abbandono che ti fa pensare che hai un destino segnato, razionalmente un'idiozia ma l'inconscio domina, segna, decide, determina, pensi di essere sempre di troppo, di non piacere a nessuno, sorta di pulcino nero tra bianchi esseri piacenti, vai, conosci, giri città, conosci, sempre sorpresa per l'accoglienza, continuamente sorpresa, non capisci, eppure sei grande, pensi come ci si possa interessarsi a te, altro ovunque, conosci gente, leggi, studi, vivi ma sembra che resti sempre come un bimbo, sorpreso, ingenuo, timido, cresci, ma cresci? lavori un po' un po' la, sbarchi il lunario, aspetti, decidi che la tua città non deve essere più quella, hai bisogno di bellezza, che la bellezza ti circondi, hai studiato in una magnifica città, magari puoi sceglierne un'altra, altrettanto bella, hai bisogno di guardare cose belle intorno, non hai radici pensi, puoi staccarti dalle cose, invero neppure ti mancano, gli amici li perdi, poi dopo tempo li ritrovi, restano in fondo, ritrovare senza parole, bello, no? però vai lontano, la bellezza, come volersi legare ai luoghi piuttosto che le persone, vivi, in movimento sempre, un minimo comun denominatore quell'inquietudine di cercare affetto, sempre, ovunque, riconoscimento, cerchi sempre o forse non cerchi per trovare, trovi, strano per te sentirti dire certe cose, forse solo ricerca di conferme, dove non le trovi dentro cerchi fuori, sbagli e lo sai, sbagli spesso, lo sai ma vai, continui, ingurgiti tutto, leggi come vivi, mangi come vivi, vivi come leggi.
E’ tutto ovattato qui dentro, qualche rumore lontano indecifrabile, dita che spingono su tasti, qualche voce indefinita, il rumore delle macchine fuori attutito, quasi impercepibile, alberi verdi che si muovono piano, cielo blu, freddo.
Annuso le mani, in fondo si sente ancora odore di cloro, i muscoli delle braccia tesi, lievemente dolenti, piacevolmente dolenti, gli occhi un po’ arrossati.
E’ che sembra tutto fermo, non accade nulla, forse non deve accadere altro che quel che è.
Ho sognato che ero su una locomotiva, con la chiara, era piccola la locomotiva, eravamo in salita, improvvisamente arriva un treno veloce, da dietro, ci tampona ma l’unica cosa che si rompe sono vetri, le schegge mi si conficcano nella schiena ma non sento alcun dolore, non esce sangue, faccio inversione ad U senza sapere come e torno indietro.

E’ che forse, ma solo forse, sono essenzialmente una persona triste, una tristezza di fondo mi pervade, lo sguardo sempre corrucciato, mai luminoso, cupo, forse mi salvano solo gli occhi, mai spenti, sempre vivi, mobili, lì sento davvero bruciare quando la luce entra, come si spandesse sulla superficie dell’iride, rendendo ancor più vividi i colori, lo spessore, la consistenza. Forse sono solo malinconico, intimamente, indissolubilmente malinconico. E’ che poi trovo un libro che mi piace, stranamente in questo periodo chè nulla mi ferma l’attenzione così tanto, come trovassi tutto noioso, poco incisivo, nulla anche minimamente attraente, invece, inopinatamente, trovo parole che mi portano distanza, distacco, freddezza, ironia, buio, cupezza, un pretesto lungo una vita per raccontare quotidiano, nero a volte e mi piace, divoro quelle parole che non affondano in nulla ma svelano immagini che mi restano impresse, forse solo le riconosco. E’ che mi piace quel senso di riconoscimento delle cose, delle sensazioni, dell’intimità delle situazioni; forse è solo desiderio di vita, non so bene. E’ che non riesco ad andare molto a fondo, ho preferenze di superfici, come fossi bloccato a guardare le profondità, una sorta di vertigine, ecco. Poi ho sensazione netta, definita di non appartenere a nulla, a nessun posto, a nessuno, non ho senso di appartenenza, potrei essere ovunque e non sentirmi da nessuna parte. Una sorta di apolidìa, ecco.
E' che poi esco la mattina presto, sembra sereno chè vedo stelle dalla finestra aperta del bagno, a prima mattina ho bisogno di aprire le finestre per sentire l'aria della notte che scema e diventa altro, esco con lo scooter, non fa freddo, arrivo in piscina che non c'è quasi nessuno, entro nell'acqua e il suono delle braccia che fendono l'immobilità silenziosa non è un suono in realtà, ovattato dalla struttura in legno e vetro, nuoto e tutto passa, tutto, ogni minima malinconia, ogni sovrastruttura inutile, resta l'essenziale, respirare, la tensione muscolare, gli addominali che tirano, le bolle dell'aria soffiata nell'acqua; mi accade una cosa strana, è come sentissi il corpo nella sua essenza, struttura ossea e muscoli, senza pelle, senza carne, alcun pensiero.
E’ che da qualche tempo leggo poco, poca voglia, poco tempo, libri iniziati e mai finiti, ripresi e rilasciati. Ci pensavo ieri sera, prendo libri e leggo senza leggere, come li usassi soltanto per non so cosa, le parole scorrono davanti gli occhi, solo davanti gli occhi, non si fermano, non scavano, non penetrano a fondo, non rimescolano nulla, si succedono le une alle altre con fatica, forse con facilità indifferente, ci accatastano uno sull’altro i libri, negli antri liberi di librerie stracolme, soffocate, ovvero per terra in colonne tremule, irregolari, instabili. Passano senza fermarsi più.

E’ che ieri mi si è fatto tardi al lavoro, le giornate, mi sono reso conto, sono più brevi, meno luce, era proprio quel momento in cui il sole cala d’improvviso e la luce diventa vivida, tutto è definito con una nettezza sorprendente, il cielo blu con vene rosse, rivoli di vita che svanisce, la città a stagliarsi contro il cielo, le guglie delle chiese, i tetti, la rocca su in alto, le colline in lontananza, tutto definito così chiaramente che sembrava un disegno, come se il cielo fosse uno stencil staccabile e riportabile altrove. Ecco, ieri sera sembrava che potessi prendere il cielo, staccarlo e portarlo via.
E’ che stamattina faceva davvero caldo, le pulizie di casa fatte ieri, ho preferito andare a correre ma dopo poco più di 40 minuti il polpaccio si è indurito e non riuscivo più neppure a camminare, la prima volta mi succede, ho provato a camminare lentamente per sciogliere l’indurimento ma senza successo, così sono tornato a casa con quel senso di adrenalina appena accennata nel corpo, un po’ frustrato per questo risentimento muscolare. E’ che mi piace correre. E’ che poi ieri ho comprato del cheddar, del puzzone di moena, del montasio, anche una provola calabrese, chè a me il formaggio piace, purtroppo. E’ che avevo dimenticato di avere in frigo ancora una di quelle belle melanzane tonde, cosa farne? L’ho tagliata a cubetti poi fritti per qualche minuto, poi tolti e messi su una carta assorbente; nel frattempo ho fatto un semplice sughetto di pomodori freschi, solo aglio vestito e pomodori pachini lasciati scottare per una decina di minuti, il tempo di farne perdere quella compattezza solida. Aggiungere quei cubetti al sughetto di pomodoro è semplice, lasciarli amalgamare e poi aggiungere tutto alla pasta tirata via un minuto prima della fine di cottura, questa finita mantecando il tutto con la provola tagliata a listelle sottili. Gran bel piatto, semplice, gustoso, ancor meglio riuscito perche non ho fatto altro che la bassa manovalanza, taglia qui, affetta lì, pulisci qua, cose così. In realtà nel sugo di pomodori ho aggiunto un mezzo bicchiere di vino, del tocai, ops, friulano si chiama ora, di un produttore che si chiama sirch, credo sia un cognome comune in quella parte di friuli che confina con la slovenia, comunque uno dei tanti sirch di quelle parti, un 2008, giovane certo ma molto gradevole in bocca, acido e fresco, gran bei profumi e ben congeniato con quel piatto. Dal nord al sud più estremo, sembra sia un piatto siciliano e non sapevo che le melanzane avessero origine araba, ancor più stridente, piacevolmente stridente direi, il contrasto nord-sud. Che non si dica che siamo razzisti qui, a noi le mescolanze piacciono, non solo quelle gastronomiche.