È che mi sveglio, spesso, presto, guardo la luce filtrare dalle tende, mi alzo, esco, il sole ha un colore così vivido, i contorni netti, si alza deciso, visibile. La macchia mediterranea digrada sinuosa, il mare silenzioso. Tutto intorno è silenzioso. Mi piace adattare i miei ritmi a tutto mi circonda, lascio che il silenzio si riempia piano dei suoni di eric dolphy, xilofono, sax, batteria, suoni che sembrano avvolgere tutto senza contrasti. Semmai esista la perfezione me la immagino così, un lento immobile incedere di suoni nel silenzio.
E’ che da qualche giorno la città è lontana, ora gli occhi guardano il mare, l’isola di tavolara, da una collina antistante, casa in pietra e panorama sul mare, silenzio e bellezza. Ieri mi sono svegliato presto, senza motivo o forse qualche sogno, sono uscito attirato da un colore insolito, una luce arancione che filtrava dalla porta finestra, ho aperto e sono uscito; il ricordo di un fumetto di corto maltese improvvisamente mi ha travolto, erano due lune quelle, questi due soli, uno in alto l’altro sul mare, non ero sicuro di quel che stavo vedendo, forse ancora addormentato, sonnambulo all’alba, invece erano proprio due cerchi arancioni, colore vivido, vivo, pulsante, sanguinolento, uno non alto all’orizzonte, l’altro il suo riflesso sul mare calmo e placido, ozioso, indolente nell’accoglienza. Mi sono ritrovato la chiara di fianco inopinatamente, ha guadato quello spettacolo meravigliata ma è tornata a dormire subito. E’ che poi ho trovato del pesce spada e del tonno, a me piace molto il ragout di pesce, messo a soffrigere dell’aglio vestito, poi quei filetti sminuzzati, lasciati cuocere piano anche in un pò di vermentino di gallura, la cottura lenta ma non lunga, un’aggiunta di olive nere e un pomodoro costoluto che dopo qualche minuto si sfalda lasciando solo una traccia di colore. Gnoccheti sardi per omaggio a questa bellissima terra. Prima di metterli nel piatto una spolverata di fiore sardo, si, proprio una spolverata di pecorino leggermente affumicato, ché è tutta una questione di equilibri, no? Vermentino di gallura di piras, vinello gradevole, godibile, facile da bere, con una bell’acidità.
Ora vado, così è se vi pare, no?

E’ che non credo di essere un nostalgico, sorrido per ciò che di bello i ricordi mi riportano davanti gli occhi ma non ho rimpianto ovvero rammarico, solo singolare ritrovarsi in luoghi vissuti in altri contesti, situazioni ormai lontane nel tempo, riflessi negli occhi le stesse sensazioni di ansia e leggerezza, fors’anche spensieratezza, aule vuote, silenziose, inopinato involontario ritrovarsi a disturbare un esame, la cripta bellissima con le poltroncine di le corbusier, sedie di legno scomodissime e antri nascosti da libri, chiostri silenziosi che catapultano quasi in luoghi fuori tempo. E’ che poi tutto passa, bello che sia così, che nulla resti lo stesso in eterno, fasi che hanno inizio e poi una fine, poi tutto ricomincia in altro modo, in altro luogo, in altro tempo.
E’ che in quell’antico spedale ci portavo i vecchietti dell’ospedale per anziani dove ho fatto l’obiettore a far visite, labirintico luogo antico che dava cura ai viandanti dell’antica via francigena, a indigenti, a malati. Magnifico luogo di dolore con le volte affrescate, che magari il dolore non guarda la bellezza che la circonda, complicato via vai di infermiere e dottori e degenti, sali scendi di scale ed ascensori, ombre e luci, contrasti vividi e lancinanti. E’ che è sorprendente percepire creatività così bella nella follia, percepire il dolore dapprima e l’accettazione poi, sguardo positivo sulla malattia che lascia spazio alla vena creativa come sintomo e cura, riscatto forse di uno stato di inferiorità che volge al suo opposto, al riconoscimento di un genio nascosto. Uno sguardo altro della realtà, scomodo, ovviamente insolito, crudo, crudele, caustico, paradossalmente limpido a volte, segnato da impasto di colori che porta in superficie il tormento di una condizione delegittimata nell’anima perché non riconosciuta.
E’ che poi qualche giorno fa ho comprato delle alici sotto sale della zona di favignana, messe in padella con dell’olio, aglio e del pesce spada, poi tocchetti di melanzana, quella viola tonda, con l’interno bianco candido, una spolverata di menta chè così mi piace, anche della maggiorana, lasciato cuocere tutto insieme, vino bianco per quel che basta, poco più di mezz’ora. Questa volta classici rigatoni di gragnano, quelli rigati, al dente tirata su e messa in padella con quella sorta di ragout di pesce. Dissalate le alici, le ho messe sott'olio, su belle bruschette di pane napoletano per antipasto. Avevo aperto il vino n.3, proprio così, fatto da un mio amico, non sapevo neppure cosa fosse, impatto molto gradevole, al naso dico, in bocca idem, equilibrato, con fiori che lasciano sorpresi, s’intuisce bel corpo, insolito per un vino fatto in casa. Poi ho scoperto che era un fiano, anche se fatto in umbria. Così è se vi pare, no?

E’ che mi piace possedere gli spazi, muovermi sicuro in luoghi che conosco, mi muovo sicuro anche in luoghi che non conosco, solo perché non ho mai paura di perdermi. E’ che mi piace dedicarmi a cucinare per chi viene a pranzo nella mia casa. Faccio una cernita dei diversi formati di pasta nei barattoli di vetro, raccolgo tutto insieme fusillini e rigatoni e penne ché mi piace la mescolanza. Metto a soffriggere della cipolla bianca e sedano e carote, preparo il macinato di carne rossa e bianca, del vino bianco che avevo aperto che sfuma il soffritto, poi la carne, noce moscata, lieve spolverata di menta, pepe misto, nero e bianco e rosso, ché così è nel macinino. Lascio che la carne si amalgami bene con il soffritto, prima di mettere il pomodoro, ne ho di quello fatto in casa, sia passato che a pezzi, uso entrambi che non ho voglia di colori troppo concentrati. Resta sul fuoco per quasi due ore. Nel contempo preparo la besciamella, è che rileggo sempre la ricetta sull’artusi, besiamella nel suo gergo antico. Burro della val pusteria, latte, farina, noce moscata, pepe, sale. Un quarto d’ora ad amalgamarla lentamente. Poi la pasta, solo qualche minuto per scottarla, appena scolata aggiungo un cucchiaio di besciamella e uno di ragout, giro tutto e lascio riposare. Appena pronto tutto, passo una noce di burro sul fondo della teglia, metto la pasta, poi il ragout, poi la besciamella, poi ancora ripeto la sequenza. In superficie del pan grattato e strato di parmigiano, nel forno per circa mezz'ora. Ho preparato anche delle bruschette con melanzane sott’olio e pesto di tonno che avevo preso nell’enoteca in cui lavoravo anni e anni e anni or sono. Come il vino, chardonnay 2005 delle venezie, un vigniaiolo goriziano, Pierpaolo Pecorari, notevole naso, variegato, lungo, come in bocca, quella frutta bianca matura che si posa e non va via, unico appunto che posso fare è che sembra sia già nella sua fase di massima apertura, come se stesse per sedersi. Gran bella acidità che pulisce quel senso di dolce della besciamella. E’ che ho preferenza per quei vitigni che quelli che capiscono chiamano autoctoni, semmai significhi qualcosa, una preferenza di curiosità direi, questo un'internazionale che ha sempre un suo perchè. E’ che è così. Punto.

Servono le parole? Ho preferenza di credere di no, quel che serve è l’intuizione che noi si ha delle parole, l’impressione, l’imprinting nel limbo del nostro intuito. In se le parole non servono a nulla se non come esercizio di uno stile inutile.
Vaga comprensione di smentite insensate. Osservate, in controluce, in filigrana ammirate, solo questa la meraviglia, guardare attraverso.
Rumore di tacchi sul pavimento di marmo silenzioso. Scandisce il suo ritmo. Il ritmo delle sue gambe sciolte. Sospende. La perfezione del silenzio erroneo. Subitaneo.
Erge duro. Umido. Lucente semmai fosse illuminato, perde gocce di liquido vitale. Violacea la punta. Venosa. Sbatte dentro senza pensieri. Altri.
E’ che tutto ha una persistenza che varia, odori e colori e intensità e percezioni e sostanza. Olezzi di giornate di lavoro non al riparo da aria condizionata nella temperatura, pelli bruciate dal sole, medide di sudore, lungo rotaie ferrose infestate dalle sterpaglie invadenti, intrusive. Indecenza di corpi volutamente esposti, ammiccanti senza motivo.
E’ che poi non ho più voglia di cucinare, trovo della pasta integrale, dei pomodori cuore di bue, una varietà ligure credo, profumati, gustosi, polposi, del tonno preso da quei barattoli enormi che deliziavano la mia curiosità quando mia nonna mi portava al mercato del giovedì, poi una mozzarella fior di latte e immancabili capperi di Pantelleria. Tutto insieme per un piatto freddo che si mangerà più tardi, ché ora devo andare a correre, anche con il caldo, mi piace l’adrenalina dei muscoli duri, duri, sudati. Mi piace la consistenza solida ma anche la morbidezza. Anche se troppo caldo. Che poi ho aperto una bottiglia di Pallagrello Bianco, vino campano del casertano, gran bel naso, intenso, immediato, aromi che riportano alla frutta bianca soprattutto, finezza non eccelsa ma gradevole in bocca, l’ho bevuto anche dopo qualche giorno che l’avevo aperto e mi è piaciuto anche più. Ottimo con quella pasta nera che profumava di capperi, of course.
E’ che è caldo, lapalissiano di potrebbe obiettare, da qualche tempo non mi infastidisce più. Ché poi guardare quei colori, quei tratti incomprensibili anche, quei volti offuscati, celati con violenza, quelle figure scomposte e ricomposte in forme altre, dietro accenni di un linguaggio novativo, impervio ad uno sguardo tradizionale che non vuole aperture al nuovo, spigoloso per gli angoli acuminati, scompostamente lineare. E’ che poi mi sono sempre sentito blu ma anche no ultimamente. Che a volte è come essere risucchiati dentro spazi invisibili solo fissando un particolare. Ché è così se vi pare, anche se vi piace.

“Quando Thomas focalizzava la sua attenzione su questi rituali, su questi minimi, affidabili avvenimenti materiali, ogni altra cosa nella sua testa si oscurava e svaniva. (…) Soprattutto, Thomas si era reso conto che se riusciva ad immergersi in un certo momento, affidandogli se stesso, e rappresentando contro il sipario di velluto nero della sua mente quell’unica cosa che i suoi occhi stavano osservando, la solitudine svaniva e riusciva a trovare la pace.”

E’ che stanotte mi sono svegliato alle 3, non riuscivo a prender sonno, avevo vicino questo libro e l'ho iniziato a leggere. Piano si svelavano vite fatte di solitudine vivida, piano queste vite si sovrapponevano senza quasi toccarsi, il punto di contatto comune un palazzo con un ascensore di altri tempi, rivestito di mogano, come se quell'ascensore orientasse lo sguardo sulle varie vite che popolavano il palazzo, ogni piano, ogni appartamento, uno sguardo o piu d'uno. Vite eccentriche ovvero noiose ovvero alla ricerca di gesti per riempire vuoti incolmabili ovvero normali, semmai una città come new york possa contenere normalità. Bellissima sovrapposizione di anime sole. Bellissimo libro Baciarsi a Manhattan.

E’che è come aver ricevuto un’eredità indesiderata, pesante, a volte invisibile eppure presente, invisibilmente tangibile. Non della zia d’america però.
E’ che forse la mia pelle è fatta di sostanza oleosa, nulla resta attaccato, tutto scivola via, nulla può afferrarla né aggrapparvisi. Nulla. Nonostante tutto resta la solitudine soffocante che a volte mi prende il collo e non mi lascia tregua. Nonostante io non sia solo. A volte certe mancanze sono incolmabili, si ripresentano costantemente a riscuotere dazio.

E’ che guardare gli altri, a me piace perché “proprio come una stanza contemplata nel riflesso di uno specchio magico diventa un quadro perché non è più aperta all’esterno, ma evoca tutto un mondo senza sbocchi, iscritto rigorosamente entro i bordi dello specchio e isolato dalla vita circostante”, mi piace quel senso di contemplazione esterna protetto dall’intrusione involontaria di ricordi e suggestioni. Mi fermo al limitare del desiderio di aver voluto vivere quelle vite, senza prospettive ovvero colme di ipotesi possibili, solo però il qui ed ora, bello, pieno, chiuso, senza passato e futuro. Una pinacoteca del reale immaginato, cornici di vite ipotetiche isolate le une dalle altre, sporadici punti di contatto che solo si sfiorano lievemente, si lasciano scrutare non viste, appartate, nascoste.
