lunedì, 26 maggio 2008

quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza.. non so se qui accade questo che sono più capace di rudezze che di gentilezze ma mi piaceva quel lemma trasmutazione..

è che oramai è facile la selezione clonale, prendi un legno, ne tiri fuori il dna e lo riproduci; sintesi banale se voleta ma così è...non so se necessario tutto cò, che forse per i cicli della natura si dovrebbe avere un rispetto più rigoroso...

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(piantina di trebbiano spoletino, uno dei cloni ottenuti dai biotipi ancora in vita nella zona)

postato da: rebusrebus alle ore 15:42 | link | commenti (18)
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martedì, 20 maggio 2008

17052008262Aria strana, indolente e pesante e umida. Nelle mani nulla ma tutto, il senso della carne stretta forte, il senso della pelle liscia sfiorata lentamente. La carne dura.

 

17052008262

postato da: rebusrebus alle ore 16:10 | link | commenti (10)
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lunedì, 19 maggio 2008

Un verde profondo puntinato dalla pioggia intensa, che batte forte impregnando l'aria di un rumore sordo e continuo. Qualche piccola ombra appare vicina, come poi svanisce d'improvviso. Come all'orizzonte lontano, nel grigio piombo inopinati profili si lasciano guardare allo schiarirsi del cielo.

E’ che le luci che illuminano il grigio plumbeo sono come stille sulla pelle, analogia ambigua di schizzi improvvisi e incontrollati. Che poi la luce, prima o poi, arriva, c’era chi pensava dell’amore.

E’ che io non sembro affatto solare, non lo sono? Opinabile ma leggermi mi fa credere che la luce è poco visibile, forse nel fondo lontano di quella calle poco luminosa eppure alla fine accecante. E’ che poi mi riempio di luce con questi occhi famelici di immagini, non importa se nuove, sgranati all’inverosimile per trangugiare ogni fibra di colore, ogni particella vitale insufflata lentamente.

E’ che così è se vi pare (lo diceva un poeta famoso, vero?)

 

17052008274

postato da: rebusrebus alle ore 16:57 | link | commenti (6)
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giovedì, 15 maggio 2008

E’ che mi sento un po’ così, come dire, insensibile per il fatto di non  capire la Ricordo verde - Santomasopoesia. Non che abbia fatto tutti questi sforzi ma è come se mi prendesse una sorta di crisi di respirazione, soffoco quasi. Mi concedo l’iperbole perché si ma in realtà è proprio così, non afferro il senso delle poesie, è come se guardassi qualcosa di assolutamente astruso e distante, incomprensibile per la gran parte. Forse c’è qualche eccezione, le poesie ermetiche, scarne, quelle costruzioni poetiche che racchiudono mondi in poche, minime parole. E’ che ieri sera mi è rimasta impressa un’immagine di uno scrittore che alla fine degli anni ’60 girava in moto per città del messico urlando “m’illumino d’immenso” e così penso che i simboli legati alla poesia sono comprensibili solo attraverso una mediazione ovvero solo se legati ad una passione che quelle parole esplicano, che la rendono evidente e percepibile e vivida. Forse per me potrebbe avere un senso una poesia solo se si attaglia a qualsiasi cosa mi scorre sulla pelle e mi brucia, altrimenti, una poesia letta così, en passant, non mi tocca, non mi passa attraverso, che è quello che una poesia dovrebbe fare per essere quel che è. Passare attraverso.

 

Ricordo verde - Santomaso

postato da: rebusrebus alle ore 11:03 | link | commenti (18)
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lunedì, 12 maggio 2008

E’ che a me parlare di libri non riesce molto bene, non ho mai avuto velleità di critico, le mie considerazioni si fermano a poco più del “mi piace” “non mi piace”, a volte è complicato spiegare in che pieghe vanno ad infiltrarsi le parole, come si sedimentano piano dopo un’apparenza volatile. Magari ho timore a parlare di quali corde sensibili certe parole hanno toccato, che poi potrebbe essere anche un libro scemo scemo, o che tale le persone colte ritengono. A volte leggo recensioni di libri e ne resto affascinato per poi scoprire l’assoluta refrattarietà a quelle parole, spesso le scelte casuali invece hanno un effetto magnifico, scoprono storie cui immergersi tutto d’un fiato. Magari mi sta anche antipatica la spocchia pseudo-culturale di certa gente che pontifica su storie come se il proprio verbo fosse l’assoluto. Invero faccio miei tutti i consigli di pennac che a me i ruoli preconfezionati danno l’allergia. E’ che se qualcuno mi chiede se leggo a me viene di rispondere che no, non leggo affatto se non sporadicamente, che queste statistiche sui lettori mi fanno ridere, la feltrinelli che ogni tanto mi ospita è sempre piena di gente, mia mamma, che ha 67 anni ha divorato Orgoglio e pregiudizio, magari  non ci pensa ad entrare in libreria ma ogni volta le regalo un libro le si illuminano gli occhi,  è che forse se evitassi di scrivere ci sarebbe un idiota in meno che si spaccia per pseudo-scrittore-lettore.

postato da: rebusrebus alle ore 15:51 | link | commenti (9)
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venerdì, 09 maggio 2008

Polimero. Unisce sfatti monomeri in costruzioni archetipe. Archetipo strutturale ovvero inconscio collettivo? I modelli originari si sfaldano in colate laviche di sedimenti insensati. Colano lasciti di umori appiccicosi. Rumoreggiano tra le dita filamenti collosi. Come portarli alla bocca e leccarli. Dissetanti.

Dissertazioni non-sense?

E’ che correre mi piace, sento tirare i muscoli delle cosce, anche gli addominali e i pettorali assumono forme altre. E’ che mi piace il sudore sulla pelle, quel luccicore di riflessi lontani. E’ come fosse un’inalazione di adrenalina, corri e poi corri e poi corri. Fatica. Fatica.

E’ che mi piace sentire pulsare nella mano.

 

01012008197

postato da: rebusrebus alle ore 13:00 | link | commenti (4)
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martedì, 06 maggio 2008

E’ che tutto prima arriva, poi va via. Raramente le cose restano ferme dove si vorrebbe che stiano. Mi concedo banalità e qualunquismi, perché si, perché non devo rendere conto ad alcuno circa una presunta intelligenza da difendere. E’ che da qualche tempo, ogni volta parole arrivano, ogni volta emozioni che dagli occhi, dalla pelle, scendono giù per restare impresse su carta bianca ovvero su uno schermo sfavillante, ogni volta dico, mi assale una sensazione sgradevole, amara forse, di non-sense. Non capisco più a cosa serve lasciare parole scritte, leggibili da chiunque vuole, che poco sa, affatto conosce chi quelle parole scrive.

E’ che poi, da qualche tempo, mi da fastidio leggere parole altrui, non quel fastidio fastidioso dovuto ad arroganza ovvero a quell’ipotetico intuito che a volte ci rende scontata qualsiasi cosa fuori da noi. No, è un fastidio più intimo, più legato ad un senso di intrusione nelle atmosfere altrui, nelle altrui perdizioni. E’ come se non riuscissi più a rendere invalicabile quel limite invisibile che rende la lettura maledetta. E’ che succede troppo spesso oramai che sia assolutamente impossibile contenere le parole, arginarne in qualche modo lo scivolamento nel fondo più buio, ove l’anarchia è padrona assoluta.

Ecco cos’è.

postato da: rebusrebus alle ore 12:58 | link | commenti (6)
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Una volta ero uno che rubava parole in giro.

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